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COMMENTO SULLA POESIA “ALL’AUTOMOBILE DA CORSA” DI
MARINETTI
L'introduzione al manifesto
descrive un'esaltante, sensuale gita in automobile, in cui l'uomo e la macchina
uniscono le forze per sfuggire al passato e spingersi nel futuro. L'auto diviene
una sorta di veicolo culturale di evasione e l'artista un pilota, guida
culturale, di auto da corsa.
L'automobile esercita
un'influenza non soltanto sui contenuti dell'arte futurista, ma anche sulle sue
forme. Per esprimere le sensazioni tumultuose provocate da una corsa su un
veicolo a motore, i futuristi, attingendo al cubismo, cercano di elaborare un
nuovo lessico pittorico («per le nuove condizioni di vita», sostiene Boccioni,
«i futuristi intendono scoprire un nuovo mezzo di espressione»). Avendo colto
l'essenza dinamica e simultanea della realtà, attraverso l'esperienza
dell'automobile, i futuristi si sentono portati verso un'espressione astratta.
La
scelta dell'automobile, in quanto oggetto che ha rivoluzionato la vita moderna,
come simbolo del futurismo, ha qualcosa di profetico: l'auto continuerà infatti
a essere un elemento importante nell'iconografia dell'arte moderna. Quasi tutti
i temi sviluppati in epoca successiva — l'automobile come simbolo della
tecnologia, della modernità, della libertà, del potere, del maschilismo,
dell'iniziazione sessuale ecc. e come fonte di sensazioni dinamiche, simultanee
e inebrianti — hanno radici nel futurismo, benché l'“autolatria” dei
futuristi sia spesso sostituita da una visione più critica.
Lo
stesso Marinetti ebbe modo di tornare più volte a lodare l'automobile, ed in
particolare quella da corsa, vera icona della velocità nella città moderna
vagheggiata dai futuristi. Addirittura un anno prima della stampa del «Manifesto»,
Marinetti pubblicava a Parigi l'opera «La ville Charnelle» (E. Sansot, 1908),
contenente l'ode in 7 strofe di 53 versi liberi «A mon Pégase», nella quale,
in analogia con il cavallo alato di Perseo della mitologia Greca, l'automobile
è paragonata ad una sorta di mostro-demone potente e tuonante, capace di
superare montagne, fiumi e pianure, fino a slanciarsi «nell'Infinito liberatore».
La poesia fu tradotta dallo stesso Marinetti con il titolo «All'automobile da
corsa» in «Lussuria-Velocità» (Milano, Modernissima, 1921), versione
italiana di «La ville Charnelle», senza mutarne l'impetuoso linguaggio e le
metafore altisonanti.
Marinetti
paragona in questa sua poesia la macchina che è alla sua guida ad “un mostro
giapponese”, “un cavallo dalle metalliche redini”, corre, sfreccia con
questa sua automobile dai “giganteschi pneumatici”. Si susseguono immagini
veloci e dinamiche tipiche dei futuristi, paragona la sua amata automobile ad un
essere umano dalle “braccia ammalianti” che quasi sembra respirare con quel
suo “alito d’abisso”. Vediamo correre come in fotogrammi da film paesaggi
di montagne descritte sempre con una certa celerità, “fiumi che respirano
beatamente”, “tenebrose pianure”. L’automobile da corsa che Marinetti
descrive con impeto e affetto sembra avere dei “ferrei polmoni” che
nell’immensità dell’abisso fanno “prendere il volo”.
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